L'odio sul web: un fenomeno che si può e si deve fermare


22/10/2020


Parlare dell’odio sul web è nostro dovere, in quanto aspiriamo a poter lavorare in contesti meno ostili e con regole certe e non discrezionali. Si tratta di un argomento complesso che concerne aspetti sociologici e psicologici (quindi individuali) relativi sia alla vittima che al carnefice. Inoltre, attorno al tema dell’hate speech c’è l’importante questione della legislazione adeguata a contrastare il fenomeno e della responsabilità delle piattaforme social sulle quali l’odio imperversa da tempo. 

L’odio è un sentimento che esiste da sempre e che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita. Tuttavia, sono tante le persone che non riescono a controllare queste emozioni e che oggi hanno trovato un luogo protetto e senza regole, nel quale dare sfogo alle proprie frustrazioni. Il web diventa, pertanto, un luogo riparato per tutti coloro che sentono la necessità di offendere il prossimo, poiché offre la possibilità di (non) mostrarsi dietro false identità: la creazione di account fake sui social network è infatti una delle prassi più utilizzate per diffondere l’odio.

I dati ci mostrano che in Italia il fenomeno dell’odio sul web è ormai diventato un problema con il quale tutti dobbiamo fare i conti. Violenza verbale, discriminazioni razziali, di genere, body shaming, cyberbullismo, revenge porn, fake news generate con lo scopo di creare allarmismi e divisioni fra gli utenti del web che poi degenerano in discussioni violente. 

La definizione di hate speech al momento non è univoca e questo, forse, rappresenta uno dei primi ostacoli alla circoscrizione del fenomeno. 




Generalmente per hate speech si intende: “tutte quelle espressioni che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l'odio razziale, la xenofobia, l'antisemitismo o altre forme di minaccia basate sull'intolleranza — inclusa l'intolleranza espressa dal nazionalismo aggressivo e dall'etnocentrismo —, sulla discriminazione e sull'ostilità verso i minori, i migranti e le persone di origine straniera”. È opportuno evidenziare come negli ultimi tempi anche le donne siano diventate bersaglio degli haters, siano esse personaggi pubblici (politiche, giornaliste, scrittrice, intellettuali, sportive, imprenditrici, attrici etc.) o semplicemente donne che esprimono una propria opinione sui social e che vengono attaccate, aggredite e insultate in quanto tali. Lo stesso fenomeno colpisce sempre più spesso anche disabili e omosessuali. 

Gli haters sono persone che non sentono il peso della responsabilità delle loro azioni. Sono infatti totalmente deresponsabilizzati. Si tratta spesso di persone che vivono delle paure e che contro queste si scagliano in maniera violenta pensando in questo modo di sconfiggerle. La paura del diverso ne è un esempio lampante. Sono soggetti che per mancanza di cultura e di empatia fanno anche una gran fatica a relazionarsi con gli altri, a sostenere confronti e discussioni costruttive. 

Elemento caratterizzante del fenomeno è che gli haters vanno orgogliosi della loro posizione da odiatori e proseguono imperterriti indirizzando la propria frustrazione e aggressività nei confronti di perfetti sconosciuti, ma anche verso personaggi pubblici. 

Nascondersi dietro uno schermo rende queste persone subdole e vigliacche. Vengono chiamati infatti anche leoni da tastiera”: persone che se incontrate nel mondo reale avrebbero tutt’altro comportamento. 

La possibilità di condividere e confrontarsi con una pluralità di persone che nel mondo reale si farebbe fatica ad incontrare, unito ad un sistema di espressione della propria opinione che all’interno di queste piattaforme non ha alcun tipo di filtro e che rappresenta l’estremizzazione del concetto di democrazia, era considerato fino a poco tempo fa, uno dei grandi vantaggi del web. Una condizione di privilegio per gli utenti social della prima ora, i quali potevano attingere ad altre forme di informazione oltre a quelle tradizionali.

I social hanno legittimato la regola dell’uno vale uno, rendendoci tutti dei creators: coloro che creano i contenuti per queste piattaforme come Facebook, YouTube, Instagram Tik Tok. Tutti ci sentiamo in diritto di esprimere la nostra opinione anche su argomenti dei quali non solo non siamo gli esperti, ma nemmeno siamo sufficientemente documentati. Stiamo vivendo un contesto paradossale nel quale ci siamo convinti che la nostra opinione valga quanto quella di un medico (giusto per fare un esempio di attualità) e quando ci confrontiamo con gli altri su argomenti delicati o di interesse collettivo, e che per questo risultano essere molto divisivi, sfruttiamo appieno l’assenza di filtri e di responsabilità per imporre a tutti i costi la nostra opinione. 

L’odio si manifesta sui social non solo relativamente ad argomenti importanti ma anche su questioni di mera lana caprina (la canzone che ha vinto Sanremo, Miss Italia 2019, le bestemmie in diretta al Grande Fratello). 

Anche il bullismo, fenomeno che esiste da sempre (chi non ha avuto il bullo in classe e chi non ha dovuto fare i conti con queste persone durante un’età difficile come l’adolescenza ad esempio?), si è trasformato in cyberbullismo amplificandone sensibilmente le conseguenze. Infatti, mentre il bullismo si manifesta in maniera pubblica e visibile all’interno del gruppo dei pari e quindi, in luoghi determinati (quali la scuola, la palestra, i giardini pubblici), con persone e in circostanze tangibili e ricostruibili, nel mondo online non ci sono confini. Pertanto, un video creato per mettere a disagio qualcuno e prenderlo in giro, può diventare virale e uscire completamente dalla sfera di controllo di chi ha commesso l’azione e di chi la subisce, generando effetti di una certa entità sulla vita della vittima.  




Noi operatori del settore, che aiutiamo le aziende a costruire la presenza digitale attraverso anche i social network, dobbiamo fra le altre cose, aiutare i nostri clienti a separare il web dell’odio da quello delle opportunità. Sovente, le stesse aziende possono diventare vittime degli haters e dover gestire (attraverso la moderazione di commenti sui social) delle crisi reputazionali. 

Ma come fare per contrastare il fenomeno? Cosa possiamo fare come cittadini e in quanto professionisti del settore? 

Innanzitutto, negli ultimi anni, il problema è stato affrontato anche a livello istituzionale ed è possibile denunciare alla Polizia postale che poi attiva le dovute indagini. Ecco infatti alcuni dati che indicano come siano aumentate le segnalazioni per reati di diffamazione online e incitamento all’odio

Sono ben 2.426 i casi trattati e 738 le persone indagate dalla Polizia postale solo nel 2019. Dall’inizio dell’anno, la Polizia postale ha ricevuto la segnalazione di 514 casi di ricatto online. Sono stati oltre 2 mila gli spazi virtuali monitorati per condotte discriminatorie di genere, antisemite e xenofobe. 

Ciò che possiamo fare da cittadini se subiamo questi comportamenti è denunciare, mentre se assistiamo a condotte di questo tipo possiamo tuttavia fare una segnalazione attraverso il sito Odiare Ti Costa: un’associazione nata con l’obiettivo di contrastare l’hate speech

In merito al nostro ruolo di professionisti del web, pensiamo di avere il dovere di informare i nostri clienti ogni qualvolta decidano di adottare una comunicazione che riguarda argomenti sensibili e che potrebbe provocare gli haters. Al fine di evitare la crisi reputazionale del brand, suggeriamo infatti, di non adottare la filosofia del “purché se ne parli” e quindi, di non cavalcare l’onda della viralità sviluppando argomenti in trend topic, per poi trovarsi a trascorrere l’intera giornata a moderare commenti di ogni tipo e a dover spiegare il vero obiettivo della nostra comunicazione. Prima di tutto, evitiamo di fomentare gli haters per raccogliere qualche like e se invece dovessimo trovarci, inconsapevolmente e malauguratamente, vittime dell’hate speech è importante saperlo gestire e segnalare l’accaduto alle autorità competenti. 

Noi siamo per un web pulito e senza odio e tu?
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